Pubblicato in: Horror, INC., Racconti

Sussurri

Luogo: Nord America
Data: 2012
Categoria: Incubi
Codice Agente: Sconosciuto
__________

Un gocciolio riecheggia nella penombra.

La stanza è grigia e spoglia, l’ufficio di un magazzino abbandonato. C’è un vecchio schedario in un angolo con i cassetti scardinati e accatastati scompostamente. Una scrivania appoggiata alla parete, ricoperta di polvere. Nella polvere segni di dita, come se qualcuno ci si fosse aggrappato in cerca di un appoggio, un sostegno, un appiglio.

Il gocciolio continua, intervallato dal suono di un respiro.

C’è una cassa al centro della stanza, una vecchia cassa di legno marchiata con scritte ormai prive di significato, codici di spedizione probabilmente. Forse la cassa contiene qualcosa, forse è vuota. Lui non lo sa. Per lui è soltanto un appoggio su cui sedere perché le gambe gli tremano così tanto da non riuscire a stare in piedi.

Avrà cinquanta, forse sessant’anni, i capelli grigi e radi, il volto segnato di rughe, gli occhi fissi che sembrano guardare al vuoto. Il corpo tozzo e flaccido, indossa soltanto un paio di pantaloni corti e una canottiera di cotone. Una volta era bianca, ora è ricoperta di macchie e schizzi di una sostanza che appare scura nella penombra.

In mano ha un coltello, un grosso coltello da campeggio con la lama seghettata. Anche il coltello è imbrattato della sostanza scura.

Un raggio di luna che penetra da una finestrella, nella parte alta della parete, illumina qualcosa che emerge dall’ombra. È un braccio di donna, giace sul pavimento in una pozza vischiosa. La sostanza scura è il suo sangue.

Il gocciolio non si sa da dove venga, forse da una vecchia tubatura, perché ormai quel corpo è inerte.

Ha il ventre squarciato, emette un odore pungente, quasi dolciastro.

Nell’ombra la donna ha lunghi capelli spettinati e gli occhi sbarrati, la bocca aperta come in un’espressione di perenne stupore.

E lui la osserva, con il respiro pesante e le gambe tremanti e il coltello stretto nella mano. Il sangue cola e già inizia a rapprendersi.

Nel silenzio un rumore di passi, si avvicina.

L’uomo alza la testa con sguardo supplice verso la figura che esce dall’ombra.

«Sei tu? Finalmente ti mostri a me? Finalmente posso vedere il tuo volto?»

I raggi di luna la svelano, una donna. Ha capelli corti e scuri, occhi d’ossidiana, è abbigliata in nero. «Non sono quello che pensi» risponde con voce di ghiaccio.

L’uomo esista, trema in tutto il corpo, guarda la sua vittima dilaniata sul pavimento, per la prima volta sembra rendersi conto di ciò che ha fatto. In uno sprazzo di lucidità sente il peso della colpa. «Non… non sono stato io, è stato lui! La voce! Lui mi perseguita, mi sussurra cose abominevoli, lui mi ha costretto…»

«Lo so» dice la donna, estrae qualcosa che ha appeso alla cintola. La punta contro la fronte dell’uomo.

È una pistola.

Il vecchio è spaventato, eppure non fugge, come se fosse immobilizzato sul posto, schiacciato da qualcosa di più forte di lui, inizia a piangere. «Io non volevo… è stata la voce… mio dio, sono forse pazzo? Ti prego, abbi pietà di me… ho bisogno di aiuto, di un medico…» Tende le mani in avanti e il coltello scivola, cade a terra con un tintinnio che riecheggia nel silenzio.

«Non sei pazzo» dice la donna. «Ma sei debole. Hai varcato la linea e ormai non c’è più nulla che si possa fare per te.» Tira il carrello dell’arma caricando un colpo in canna.

«Ti prego… ci dev’essere un modo…»

«C’è un unico modo.»

L’indice preme il grilletto. Il colpo risuona fragoroso nel silenzio. Un buco esplode nella fronte del vecchio.

Il corpo si accascia sulla cassa.

«Ora non potrai più nuocere.»

La donna rinfodera la pistola e si allontana silenziosa, immergendosi di nuovo nell’oscurità.

* * *

È un mattino grigio, denso di smog e dei rumori del traffico. Un uomo attraversa la strada con una ventiquattrore e il giornale sotto braccio. È sui trent’anni, alto, spalle larghe, capelli castani con un ciuffo vaporoso e ben pettinato, un viso non bello ma affascinante, indossa un completo marrone e una cravatta abbinata. Si affretta e con un balzo sale sull’autobus, proprio mentre questo sta per partire. Si mette a sedere nelle prime file con il respiro affannato, fa un sorrisetto a una vecchia signora seduta lì accanto.

Non si accorge ancora della donna che è qualche fila più indietro, capelli scuri e corti, occhi di ossidiana, pelle chiara, quasi spettrale. Lei lo sta osservando, lei conosce i suoi spostamenti.

Quando arriva alla sua fermata, anche la donna scende, lo segue per strada, tra la folla, diventa la sua ombra fino all’ingresso del complesso di uffici.

Mentre l’uomo sta entrando, la donna si ferma, senza smettere di fissarlo. È solo allora che lui avverte un brivido, si volta, incrocia i suoi occhi, poi sparisce all’interno.

Un cenno alla guardia.

«Salve Mike.»

Ascensore, corridoio, ufficio. La grande vetrata dà sui palazzi grigi di città.

Mike è inquieto. È così da giorni ormai.

Accende il computer, controlla l’email, fa qualche telefonata. Sta scomodo sulla sedia, gli duole la schiena come se avesse un peso perennemente attaccato.

Si alza per prendere un bicchiere d’acqua, beve, suda freddo. Incrocia un collega che gli passa una cartella, altro lavoro da sbrigare.

«Stronzo approfittatore.»

Mike si guarda attorno, sì è vero, lui l’ha pensato, ma chi l’ha detto? Chi ha pronunciato la frase?

Era come un sussurro, gli è penetrato direttamente nella testa. Forse se l’è immaginato.

Una delle impiegate gli passa accanto, ammicca, i fogli che ha in mano le cadono e lei si piega in avanti provocatoria, mostrando il suo didietro rotondo.

«Sculacciala» di nuovo quella voce. Mike distoglie lo sguardo imbarazzato, ma sembra che lei non abbia sentito nulla. Una volta raccolte le carte, gli scocca un ultimo sorriso e se ne va.

Lui si porta una mano alla testa, d’improvviso gli è scoppiata una forte emicrania.

Il telefono sulla sua scrivania prende a squillare, Mike si precipita a rispondere, è il capo. La riunione è stata anticipata, quella pratica a cui sta lavorando da una settimana va consegnata entro sera. Dovrà fare gli straordinari e rimandare la cena con la sua fidanzata. Sandra andrà su tutte le furie.

«Tutto per colpa di quel bastardo raccomandato» sibila tra i denti dopo aver riattaccato la cornetta.

«Bastardo impiccato» gli risponde il sussurro.

Mike si alza di scatto, ruota gli occhi per la stanza. «È uno scherzo?» chiede a qualcuno che non è lì. Nessuno risponde.

«Sto lavorando decisamente troppo» commenta infine, e rassegnato torna alla scrivania, si rimette al lavoro sulle sue scartoffie, gli manca un po’ l’aria.

Esce dall’ufficio che è già sceso il buio, si attacca al cellulare mentre cammina a passo svelto verso la fermata dell’autobus. Sandra non risponde, ormai è troppo tardi per andare a cena e di sicuro lei non l’ha presa bene. D’altronde era solo per festeggiare il loro settimo mese, niente di così importante, pensa lui.

Sale sul mezzo e si siede senza guardarsi intorno, è l’ultima corsa e ci sono poche persone, un paio di ragazzi, un vecchio che sembra un uomo d’affari trasandato, una donna dai capelli neri, seduta in fondo, che lo fissa.

Ma lui non se ne rende conto, sta provando a richiamare, pensa solo a Sandra, la rabbia inizia a montargli dentro, mentre per l’ennesima volta sente la voce irritante della segreteria.

«Salve, sono Sandra, in questo momento non posso rispondere, lasciate un messaggio dopo il bip.»

Puttanella viziata.

Era un pensiero o un sussurro?

È come se Mike fosse rinchiuso in una bolla. È stanco, stressato, e furioso.

Gli manca l’aria, come se avesse un cappio stretto attorno al collo.

L’autobus rallenta, si ferma. Non è la sua fermata ma lui non ce la fa più, si sente oppresso, deve scendere, camminare gli farà bene.

Anche la donna seduta in fondo scatta e scende, appena prima che le porte si chiudano. Lo segue da lontano.

Mike trascina i piedi, ha il respiro affannato. Si ferma accanto a un lampione, appoggia la fronte.

Riprende il cellulare, chiama di nuovo.

«Rispondi, cazzo!» grida alla notte che avanza, al traffico serale, alle vie di città, alle luci delle insegne.

Puttana, stronza, egoista.

Puttana stronza muori puttana muori stronza muori uccidi uccidila con le tue mani uccidi uccidi uccidi

Mike si guarda attorno disorientato, stordito dal sussurro che si è fatto strada coprendo ogni altro rumore.

«Chi ha parlato? Chi cazzo ha parlato?»

Nessuno risponde, i passanti lo ignorano, le auto scorrono, la città vive e respira la notte che avanza.

La donna lo osserva, è più vicina, sembra voglia raggiungerlo.

Mike si volta e la vede, occhi neri e viso da spettro. Sta per chiederle qualcosa, sei forse tu che mi sussurri queste parole?

Ma lei scompare tra la gente, nelle ombre.

Mike scrolla la testa per schiarirsi le idee, ha solo bisogno di dormire, sì, il sonno aggiusterà tutto. Affretta il passo e si dirige verso casa.

* * *

La notte. Finalmente il silenzio.

Mike si rotola nel letto. Ha un peso sul petto che lo opprime togliendogli il fiato, qualcosa come mani che gli serrano la gola. Nel sonno è tutto nero, lui cammina a tentoni e c’è qualcosa, una presenza, che gli sussurra spettrale parole illogiche, frasi prive di senso.

Senti sangue muovi morte dolore lama coltello uccidi sangue sanguina bàgnati prendila morte uccidila straziala storpiala

Si sveglia di soprassalto, balzando a sedere.

Prende in mano il telefono e lo fissa muto. Lei non risponderà, sono le tre di notte, di sicuro starà dormendo, magari avrà pianto. Oppure sarà furiosa e starà stropicciando le lenzuola.

Lenzuola cappio soffocare

Il sussurro che ritorna.

Mike scatta in piedi, non ha più sonno ormai, deve schiarirsi le idee, l’aria della notte gli farà bene. E se andasse da lei?

Si veste in fretta, come un automa. Esce.

La città di notte sembra finalmente essersi assopita, i rumori sono più lenti e irregolari, le luci meno forti. È facile scivolare in un mare di oscurità e oblio.

Il corpo di lei è immobile, rannicchiato in posizione fetale. Il respiro è come sempre difficoltoso, i sogni sono neri e cupi.

Trema, i brividi le si insinuano sotto pelle, lo sente.

Sente il tocco affilato delle sue unghie, le graffiano la schiena, sono come aghi che la accarezzano attraverso una membrana sottile. Più di così lui non può fare, perché non può oltrepassare quella soglia, ma è sufficiente a darle il tormento.

Pesa su di lei, le cammina sopra come un gatto, le stringe le mani scheletriche attorno al collo, cerca le sue labbra per aspirarne l’alito vitale, prosciugare quel soffio di vita di cui è privato.

Lei spalanca gli occhi, apre la bocca per inspirare una boccata di ossigeno in un rantolo. Si rannicchia ancora di più su se stessa, respira affannosamente come chi stava per annegare ed è appena riemerso dall’acqua, si porta una mano alla gola, segnata dal bruciore dei graffi.

Non finirà mai. Ogni giorno, ogni notte, sarà così per sempre, lui sarà sempre lì finché esalerò il mio ultimo fiato.

Si riscuote. Deve stringere i denti. La candela si è spenta e lei si è addormentata. Cerca l’accendino nel buio, che ore saranno?

Raggiunge la finestra e inforca il binocolo. La casa di Mike è silenziosa e buia. La tenda della camera da letto è tirata, non riesce a vedere all’interno. Non va bene. Deve controllare. Non deve perderlo d’occhio.

Pensava fosse presto per avvicinarlo, ma forse si è sbagliata, forse è già tardi.

Lascia tutto e scende in strada, si avvicina alla casa di lui.

La porta è aperta, la casa è vuota.

* * *

Ha percorso quasi un chilometro a piedi, non si sente più sveglio, non si sente più lucido, solo più affannato. Oppresso.

È davanti alla porta di Sandra. Potrebbe bussare ma non vuole svegliare i vicini, e poi ha una copia delle chiavi. Lei gliele ha date due mesi prima, voleva che andassero a vivere insieme, non ha mai capito che un uomo ha bisogno della sua libertà, dei suoi spazi, del suo respiro.

Con uno scatto la serratura si sblocca. Lei non ha dato la catenella e Mike può entrare indisturbato.

Stupida incosciente.

Mi rendi tutto più facile così.

Il sussurro diventa una risata sommessa dentro di lui.

Ma esattamente, cosa sta facendo?

Mike esita un attimo mentre attraversa l’atrio e raggiunge la camera da letto.

Di nuovo quell’emicrania, come un chiodo che gli attraversa la nuca per poi uscire dalla fronte.

Il buio lo soffoca. Accende la luce e la fissa, lei è nel letto, dormiva beata la stronza.

Ora si sveglia, si stropiccia gli occhi e si guarda attorno intontita. «Che succede?»

Lo vede lì, in piedi sulla soglia, con un ghigno sinistro sul volto, sussulta, e d’improvviso è più vigile.

«Mike, che ci fai qui?»

«Non hai risposto al telefono.»

Sandra guarda l’ora. «È notte fonda! Sei impazzito? Come sei entrato?»

Lui agita le chiavi. «Sei una piccola stronzetta capricciosa» attacca. «La piccola principessina deve fare la difficile, che importa se io lavoro dieci ore al giorno per comprarle i suoi bei regalini e pagarle i ristoranti costosi?»

«Mike, che stai dicendo? Così mi spaventi… non possiamo parlarne domani, ti va?» si stringe le lenzuola al petto, mentre cerca di mantenere accondiscendente il suo tono incrinato.

Mike getta le chiavi a terra con stizza. «Sempre come vuole lei, sua altezza!» avanza verso il letto.

Lei scatta, cerca di correre via, ma lui la afferra per una caviglia prima che possa scendere, lei si ritrova a faccia in giù sul materasso, si mette a scalciare.

Lui le sale sopra, la fa voltare, la immobilizza stringendola tra le ginocchia, le afferra i polsi.

«Ora facciamo come vuole Mike» dice con un’espressione folle, rabbiosa.

Uccidila soffocala picchiala storpiala uccidila uccidi

I sussurri nella sua testa sono più forti di qualunque cosa, anche delle urla di Sandra. Lui le soffoca serrandole le mani attorno alla gola.

Lei si agita, lo fissa con occhi sbarrati, sgranati, enormi, quasi disumani, quanto i suoni che emette la sua trachea strozzata.

Mike stringe. Brividi percorrono il suo corpo, le nocche divenute bianche per lo sforzo.

La sente distintamente, la presenza che lo opprime, sente la sua fame di morte e il suo moto di gioia.

Gli occhi di Sandra si rovesciano, i capillari esplodono in puntini rossi, il volto è cianotico, il corpo si tende, si irrigidisce mentre oppone l’ultima futile resistenza.

Lui non molla.

E infine la resistenza si strappa, il corpo si rilassa, il cuore si ferma e lei è solo un pezzo di carne morta tra le sue dita.

Qualcosa dentro di lui esulta, qualcosa invece si spezza.

Per un attimo torna uno sprazzo di lucidità. Mike molla la presa, si allontana.

Cos’ho fatto?

È sconvolto e confuso, non si capacita di ciò che è accaduto, segue solo un primordiale istinto: fuggire.

* * *

Lei corre nella notte, il respiro pesante, quasi avesse in spalla un sacco di mattoni.

Lo incrocia in una strada deserta.

Mike la vede, si ferma, anche lui affannato, i capelli scomposti, gli occhi sgranati che guizzano folli, apre e chiude le mani come per un riflesso condizionato o un tic.

E lei sa che è già troppo tardi.

«Io… cosa mi è successo?» chiede lui, smarrito.

«Cos’hai fatto, Mike?» il tono di lei è freddo, nervoso. Porta la mano al fianco, carezza la fondina.

«Non… non volevo, non è colpa mia… È la voce! Quella voce nella mia testa!» Mike si porta le mani alle tempie. «Che mi è successo?» il suo tono è supplichevole, gli occhi velati di lacrime, inizia a sentire il peso della colpa.

«È il parassita che hai addosso. Lui ti controlla.»

«Quale… parassita?»

«C’è chi li chiama “incubi”.»

«Dunque è solo un sogno? Sto sognando?» fa una risata isterica che dovrebbe sembrare sollevata.

Ma lei scuote la testa, lentamente. «Non stai sognando. Lui è reale. Ti si è attaccato addosso, vive della tua mente, respira il tuo respiro, si abbarbica al tuo corpo come un peso di cui non puoi liberarti.»

«Come sai queste cose, chi sei tu?»

«Sono qualcuno a cui è toccata la tua stessa sorte.»

«Ti prego, liberami da questa cosa…»

«Non puoi liberarti.» Lei sgancia il laccetto di sicurezza, mette la mano sull’impugnatura.

La mente di Mike arranca, disperata, sente la paura di quell’essere, sente le sue unghie che gli artigliano le spalle. «Hai detto che anche tu… anche tu hai avuto questo parassita. Come hai fatto, come te ne sei liberata?»

«Non me ne sono mai liberata.» Lei estrae la pistola, carica un colpo in canna, gliela punta contro.

«Cosa…?» Mike d’istinto alza le mani, arretra.

«Quando l’ospite del parassita non riesce a sopportare la sua presenza, inizia a delirare, a farsi guidare da lui, a fare ciò che lui desidera. E lui vuole solo sangue e morte, vuole assorbire la vita che esula dal corpo. Quando l’ospite non è abbastanza forte da resistere, inevitabilmente varcherà una linea da cui non c’è più via di ritorno.»

«Io non… è stato un errore, lo giuro, io non lo farò mai più, posso controllarmi, ti prego toglimi questo essere…» si inginocchia a terra, si afferra i capelli quasi volesse strapparli.

Lei lo segue con la canna della pistola, gli occhi fissi sulle tacche di mira. «C’è un solo modo per fermare tutto questo.»

Lui alza lo sguardo speranzoso, ma quegli occhi di ossidiana lo raggelano.

In una frazione di secondo capisce ogni cosa, giusto il tempo che ha lei di premere il grilletto.

Il colpo esplode, squarciando la notte. Un terzo occhio, nero, si apre al centro della sua fronte.

Il corpo di Mike vacilla, poi si accascia sull’asfalto, a faccia in giù.

Il grido della creatura è atroce, doloroso, lei sa che ora si sta contorcendo nelle fiamme dell’inferno, fino a dissolversi nel nulla. Nessun parassita sopravvive al suo ospite.

Sarebbe cambiato qualcosa se fossi arrivata prima? si chiede mentre rinfodera la pistola.

Il suo incubo le si stringe attorno alla vita, opprimendola e graffiandola attraverso la membrana dell’irreale.

E io, quanto resisterò ancora prima di cedere alla pazzia?

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