Pubblicato in: Horror, INC., Racconti

Sussurri

Luogo: Nord America
Data: 2012
Categoria: Incubi
Codice Agente: Sconosciuto
__________

Un gocciolio riecheggia nella penombra.

La stanza è grigia e spoglia, l’ufficio di un magazzino abbandonato. C’è un vecchio schedario in un angolo con i cassetti scardinati e accatastati scompostamente. Una scrivania appoggiata alla parete, ricoperta di polvere. Nella polvere segni di dita, come se qualcuno ci si fosse aggrappato in cerca di un appoggio, un sostegno, un appiglio.

Il gocciolio continua, intervallato dal suono di un respiro.

C’è una cassa al centro della stanza, una vecchia cassa di legno marchiata con scritte ormai prive di significato, codici di spedizione probabilmente. Forse la cassa contiene qualcosa, forse è vuota. Lui non lo sa. Per lui è soltanto un appoggio su cui sedere perché le gambe gli tremano così tanto da non riuscire a stare in piedi.

Avrà cinquanta, forse sessant’anni, i capelli grigi e radi, il volto segnato di rughe, gli occhi fissi che sembrano guardare al vuoto. Il corpo tozzo e flaccido, indossa soltanto un paio di pantaloni corti e una canottiera di cotone. Una volta era bianca, ora è ricoperta di macchie e schizzi di una sostanza che appare scura nella penombra.

In mano ha un coltello, un grosso coltello da campeggio con la lama seghettata. Anche il coltello è imbrattato della sostanza scura.

Un raggio di luna che penetra da una finestrella, nella parte alta della parete, illumina qualcosa che emerge dall’ombra. È un braccio di donna, giace sul pavimento in una pozza vischiosa. La sostanza scura è il suo sangue.

Il gocciolio non si sa da dove venga, forse da una vecchia tubatura, perché ormai quel corpo è inerte.

Ha il ventre squarciato, emette un odore pungente, quasi dolciastro.

Nell’ombra la donna ha lunghi capelli spettinati e gli occhi sbarrati, la bocca aperta come in un’espressione di perenne stupore.

E lui la osserva, con il respiro pesante e le gambe tremanti e il coltello stretto nella mano. Il sangue cola e già inizia a rapprendersi.

Nel silenzio un rumore di passi, si avvicina.

L’uomo alza la testa con sguardo supplice verso la figura che esce dall’ombra.

«Sei tu? Finalmente ti mostri a me? Finalmente posso vedere il tuo volto?»

I raggi di luna la svelano, una donna. Ha capelli corti e scuri, occhi d’ossidiana, è abbigliata in nero. «Non sono quello che pensi» risponde con voce di ghiaccio.

L’uomo esista, trema in tutto il corpo, guarda la sua vittima dilaniata sul pavimento, per la prima volta sembra rendersi conto di ciò che ha fatto. In uno sprazzo di lucidità sente il peso della colpa. «Non… non sono stato io, è stato lui! La voce! Lui mi perseguita, mi sussurra cose abominevoli, lui mi ha costretto…»

«Lo so» dice la donna, estrae qualcosa che ha appeso alla cintola. La punta contro la fronte dell’uomo.

È una pistola.

Il vecchio è spaventato, eppure non fugge, come se fosse immobilizzato sul posto, schiacciato da qualcosa di più forte di lui, inizia a piangere. «Io non volevo… è stata la voce… mio dio, sono forse pazzo? Ti prego, abbi pietà di me… ho bisogno di aiuto, di un medico…» Tende le mani in avanti e il coltello scivola, cade a terra con un tintinnio che riecheggia nel silenzio.

«Non sei pazzo» dice la donna. «Ma sei debole. Hai varcato la linea e ormai non c’è più nulla che si possa fare per te.» Tira il carrello dell’arma caricando un colpo in canna.

«Ti prego… ci dev’essere un modo…»

«C’è un unico modo.»

L’indice preme il grilletto. Il colpo risuona fragoroso nel silenzio. Un buco esplode nella fronte del vecchio.

Il corpo si accascia sulla cassa.

«Ora non potrai più nuocere.»

La donna rinfodera la pistola e si allontana silenziosa, immergendosi di nuovo nell’oscurità.

* * *

È un mattino grigio, denso di smog e dei rumori del traffico. Un uomo attraversa la strada con una ventiquattrore e il giornale sotto braccio. È sui trent’anni, alto, spalle larghe, capelli castani con un ciuffo vaporoso e ben pettinato, un viso non bello ma affascinante, indossa un completo marrone e una cravatta abbinata. Si affretta e con un balzo sale sull’autobus, proprio mentre questo sta per partire. Si mette a sedere nelle prime file con il respiro affannato, fa un sorrisetto a una vecchia signora seduta lì accanto.

Non si accorge ancora della donna che è qualche fila più indietro, capelli scuri e corti, occhi di ossidiana, pelle chiara, quasi spettrale. Lei lo sta osservando, lei conosce i suoi spostamenti.

Quando arriva alla sua fermata, anche la donna scende, lo segue per strada, tra la folla, diventa la sua ombra fino all’ingresso del complesso di uffici.

Mentre l’uomo sta entrando, la donna si ferma, senza smettere di fissarlo. È solo allora che lui avverte un brivido, si volta, incrocia i suoi occhi, poi sparisce all’interno.

Un cenno alla guardia.

«Salve Mike.»

Ascensore, corridoio, ufficio. La grande vetrata dà sui palazzi grigi di città.

Mike è inquieto. È così da giorni ormai.

Accende il computer, controlla l’email, fa qualche telefonata. Sta scomodo sulla sedia, gli duole la schiena come se avesse un peso perennemente attaccato.

Si alza per prendere un bicchiere d’acqua, beve, suda freddo. Incrocia un collega che gli passa una cartella, altro lavoro da sbrigare.

«Stronzo approfittatore.»

Mike si guarda attorno, sì è vero, lui l’ha pensato, ma chi l’ha detto? Chi ha pronunciato la frase?

Era come un sussurro, gli è penetrato direttamente nella testa. Forse se l’è immaginato.

Una delle impiegate gli passa accanto, ammicca, i fogli che ha in mano le cadono e lei si piega in avanti provocatoria, mostrando il suo didietro rotondo.

«Sculacciala» di nuovo quella voce. Mike distoglie lo sguardo imbarazzato, ma sembra che lei non abbia sentito nulla. Una volta raccolte le carte, gli scocca un ultimo sorriso e se ne va.

Lui si porta una mano alla testa, d’improvviso gli è scoppiata una forte emicrania.

Il telefono sulla sua scrivania prende a squillare, Mike si precipita a rispondere, è il capo. La riunione è stata anticipata, quella pratica a cui sta lavorando da una settimana va consegnata entro sera. Dovrà fare gli straordinari e rimandare la cena con la sua fidanzata. Sandra andrà su tutte le furie.

«Tutto per colpa di quel bastardo raccomandato» sibila tra i denti dopo aver riattaccato la cornetta.

«Bastardo impiccato» gli risponde il sussurro.

Mike si alza di scatto, ruota gli occhi per la stanza. «È uno scherzo?» chiede a qualcuno che non è lì. Nessuno risponde.

«Sto lavorando decisamente troppo» commenta infine, e rassegnato torna alla scrivania, si rimette al lavoro sulle sue scartoffie, gli manca un po’ l’aria.

Esce dall’ufficio che è già sceso il buio, si attacca al cellulare mentre cammina a passo svelto verso la fermata dell’autobus. Sandra non risponde, ormai è troppo tardi per andare a cena e di sicuro lei non l’ha presa bene. D’altronde era solo per festeggiare il loro settimo mese, niente di così importante, pensa lui.

Sale sul mezzo e si siede senza guardarsi intorno, è l’ultima corsa e ci sono poche persone, un paio di ragazzi, un vecchio che sembra un uomo d’affari trasandato, una donna dai capelli neri, seduta in fondo, che lo fissa.

Ma lui non se ne rende conto, sta provando a richiamare, pensa solo a Sandra, la rabbia inizia a montargli dentro, mentre per l’ennesima volta sente la voce irritante della segreteria.

«Salve, sono Sandra, in questo momento non posso rispondere, lasciate un messaggio dopo il bip.»

Puttanella viziata.

Era un pensiero o un sussurro?

È come se Mike fosse rinchiuso in una bolla. È stanco, stressato, e furioso.

Gli manca l’aria, come se avesse un cappio stretto attorno al collo.

L’autobus rallenta, si ferma. Non è la sua fermata ma lui non ce la fa più, si sente oppresso, deve scendere, camminare gli farà bene.

Anche la donna seduta in fondo scatta e scende, appena prima che le porte si chiudano. Lo segue da lontano.

Mike trascina i piedi, ha il respiro affannato. Si ferma accanto a un lampione, appoggia la fronte.

Riprende il cellulare, chiama di nuovo.

«Rispondi, cazzo!» grida alla notte che avanza, al traffico serale, alle vie di città, alle luci delle insegne.

Puttana, stronza, egoista.

Puttana stronza muori puttana muori stronza muori uccidi uccidila con le tue mani uccidi uccidi uccidi

Mike si guarda attorno disorientato, stordito dal sussurro che si è fatto strada coprendo ogni altro rumore.

«Chi ha parlato? Chi cazzo ha parlato?»

Nessuno risponde, i passanti lo ignorano, le auto scorrono, la città vive e respira la notte che avanza.

La donna lo osserva, è più vicina, sembra voglia raggiungerlo.

Mike si volta e la vede, occhi neri e viso da spettro. Sta per chiederle qualcosa, sei forse tu che mi sussurri queste parole?

Ma lei scompare tra la gente, nelle ombre.

Mike scrolla la testa per schiarirsi le idee, ha solo bisogno di dormire, sì, il sonno aggiusterà tutto. Affretta il passo e si dirige verso casa.

* * *

La notte. Finalmente il silenzio.

Mike si rotola nel letto. Ha un peso sul petto che lo opprime togliendogli il fiato, qualcosa come mani che gli serrano la gola. Nel sonno è tutto nero, lui cammina a tentoni e c’è qualcosa, una presenza, che gli sussurra spettrale parole illogiche, frasi prive di senso.

Senti sangue muovi morte dolore lama coltello uccidi sangue sanguina bàgnati prendila morte uccidila straziala storpiala

Si sveglia di soprassalto, balzando a sedere.

Prende in mano il telefono e lo fissa muto. Lei non risponderà, sono le tre di notte, di sicuro starà dormendo, magari avrà pianto. Oppure sarà furiosa e starà stropicciando le lenzuola.

Lenzuola cappio soffocare

Il sussurro che ritorna.

Mike scatta in piedi, non ha più sonno ormai, deve schiarirsi le idee, l’aria della notte gli farà bene. E se andasse da lei?

Si veste in fretta, come un automa. Esce.

La città di notte sembra finalmente essersi assopita, i rumori sono più lenti e irregolari, le luci meno forti. È facile scivolare in un mare di oscurità e oblio.

Il corpo di lei è immobile, rannicchiato in posizione fetale. Il respiro è come sempre difficoltoso, i sogni sono neri e cupi.

Trema, i brividi le si insinuano sotto pelle, lo sente.

Sente il tocco affilato delle sue unghie, le graffiano la schiena, sono come aghi che la accarezzano attraverso una membrana sottile. Più di così lui non può fare, perché non può oltrepassare quella soglia, ma è sufficiente a darle il tormento.

Pesa su di lei, le cammina sopra come un gatto, le stringe le mani scheletriche attorno al collo, cerca le sue labbra per aspirarne l’alito vitale, prosciugare quel soffio di vita di cui è privato.

Lei spalanca gli occhi, apre la bocca per inspirare una boccata di ossigeno in un rantolo. Si rannicchia ancora di più su se stessa, respira affannosamente come chi stava per annegare ed è appena riemerso dall’acqua, si porta una mano alla gola, segnata dal bruciore dei graffi.

Non finirà mai. Ogni giorno, ogni notte, sarà così per sempre, lui sarà sempre lì finché esalerò il mio ultimo fiato.

Si riscuote. Deve stringere i denti. La candela si è spenta e lei si è addormentata. Cerca l’accendino nel buio, che ore saranno?

Raggiunge la finestra e inforca il binocolo. La casa di Mike è silenziosa e buia. La tenda della camera da letto è tirata, non riesce a vedere all’interno. Non va bene. Deve controllare. Non deve perderlo d’occhio.

Pensava fosse presto per avvicinarlo, ma forse si è sbagliata, forse è già tardi.

Lascia tutto e scende in strada, si avvicina alla casa di lui.

La porta è aperta, la casa è vuota.

* * *

Ha percorso quasi un chilometro a piedi, non si sente più sveglio, non si sente più lucido, solo più affannato. Oppresso.

È davanti alla porta di Sandra. Potrebbe bussare ma non vuole svegliare i vicini, e poi ha una copia delle chiavi. Lei gliele ha date due mesi prima, voleva che andassero a vivere insieme, non ha mai capito che un uomo ha bisogno della sua libertà, dei suoi spazi, del suo respiro.

Con uno scatto la serratura si sblocca. Lei non ha dato la catenella e Mike può entrare indisturbato.

Stupida incosciente.

Mi rendi tutto più facile così.

Il sussurro diventa una risata sommessa dentro di lui.

Ma esattamente, cosa sta facendo?

Mike esita un attimo mentre attraversa l’atrio e raggiunge la camera da letto.

Di nuovo quell’emicrania, come un chiodo che gli attraversa la nuca per poi uscire dalla fronte.

Il buio lo soffoca. Accende la luce e la fissa, lei è nel letto, dormiva beata la stronza.

Ora si sveglia, si stropiccia gli occhi e si guarda attorno intontita. «Che succede?»

Lo vede lì, in piedi sulla soglia, con un ghigno sinistro sul volto, sussulta, e d’improvviso è più vigile.

«Mike, che ci fai qui?»

«Non hai risposto al telefono.»

Sandra guarda l’ora. «È notte fonda! Sei impazzito? Come sei entrato?»

Lui agita le chiavi. «Sei una piccola stronzetta capricciosa» attacca. «La piccola principessina deve fare la difficile, che importa se io lavoro dieci ore al giorno per comprarle i suoi bei regalini e pagarle i ristoranti costosi?»

«Mike, che stai dicendo? Così mi spaventi… non possiamo parlarne domani, ti va?» si stringe le lenzuola al petto, mentre cerca di mantenere accondiscendente il suo tono incrinato.

Mike getta le chiavi a terra con stizza. «Sempre come vuole lei, sua altezza!» avanza verso il letto.

Lei scatta, cerca di correre via, ma lui la afferra per una caviglia prima che possa scendere, lei si ritrova a faccia in giù sul materasso, si mette a scalciare.

Lui le sale sopra, la fa voltare, la immobilizza stringendola tra le ginocchia, le afferra i polsi.

«Ora facciamo come vuole Mike» dice con un’espressione folle, rabbiosa.

Uccidila soffocala picchiala storpiala uccidila uccidi

I sussurri nella sua testa sono più forti di qualunque cosa, anche delle urla di Sandra. Lui le soffoca serrandole le mani attorno alla gola.

Lei si agita, lo fissa con occhi sbarrati, sgranati, enormi, quasi disumani, quanto i suoni che emette la sua trachea strozzata.

Mike stringe. Brividi percorrono il suo corpo, le nocche divenute bianche per lo sforzo.

La sente distintamente, la presenza che lo opprime, sente la sua fame di morte e il suo moto di gioia.

Gli occhi di Sandra si rovesciano, i capillari esplodono in puntini rossi, il volto è cianotico, il corpo si tende, si irrigidisce mentre oppone l’ultima futile resistenza.

Lui non molla.

E infine la resistenza si strappa, il corpo si rilassa, il cuore si ferma e lei è solo un pezzo di carne morta tra le sue dita.

Qualcosa dentro di lui esulta, qualcosa invece si spezza.

Per un attimo torna uno sprazzo di lucidità. Mike molla la presa, si allontana.

Cos’ho fatto?

È sconvolto e confuso, non si capacita di ciò che è accaduto, segue solo un primordiale istinto: fuggire.

* * *

Lei corre nella notte, il respiro pesante, quasi avesse in spalla un sacco di mattoni.

Lo incrocia in una strada deserta.

Mike la vede, si ferma, anche lui affannato, i capelli scomposti, gli occhi sgranati che guizzano folli, apre e chiude le mani come per un riflesso condizionato o un tic.

E lei sa che è già troppo tardi.

«Io… cosa mi è successo?» chiede lui, smarrito.

«Cos’hai fatto, Mike?» il tono di lei è freddo, nervoso. Porta la mano al fianco, carezza la fondina.

«Non… non volevo, non è colpa mia… È la voce! Quella voce nella mia testa!» Mike si porta le mani alle tempie. «Che mi è successo?» il suo tono è supplichevole, gli occhi velati di lacrime, inizia a sentire il peso della colpa.

«È il parassita che hai addosso. Lui ti controlla.»

«Quale… parassita?»

«C’è chi li chiama “incubi”.»

«Dunque è solo un sogno? Sto sognando?» fa una risata isterica che dovrebbe sembrare sollevata.

Ma lei scuote la testa, lentamente. «Non stai sognando. Lui è reale. Ti si è attaccato addosso, vive della tua mente, respira il tuo respiro, si abbarbica al tuo corpo come un peso di cui non puoi liberarti.»

«Come sai queste cose, chi sei tu?»

«Sono qualcuno a cui è toccata la tua stessa sorte.»

«Ti prego, liberami da questa cosa…»

«Non puoi liberarti.» Lei sgancia il laccetto di sicurezza, mette la mano sull’impugnatura.

La mente di Mike arranca, disperata, sente la paura di quell’essere, sente le sue unghie che gli artigliano le spalle. «Hai detto che anche tu… anche tu hai avuto questo parassita. Come hai fatto, come te ne sei liberata?»

«Non me ne sono mai liberata.» Lei estrae la pistola, carica un colpo in canna, gliela punta contro.

«Cosa…?» Mike d’istinto alza le mani, arretra.

«Quando l’ospite del parassita non riesce a sopportare la sua presenza, inizia a delirare, a farsi guidare da lui, a fare ciò che lui desidera. E lui vuole solo sangue e morte, vuole assorbire la vita che esula dal corpo. Quando l’ospite non è abbastanza forte da resistere, inevitabilmente varcherà una linea da cui non c’è più via di ritorno.»

«Io non… è stato un errore, lo giuro, io non lo farò mai più, posso controllarmi, ti prego toglimi questo essere…» si inginocchia a terra, si afferra i capelli quasi volesse strapparli.

Lei lo segue con la canna della pistola, gli occhi fissi sulle tacche di mira. «C’è un solo modo per fermare tutto questo.»

Lui alza lo sguardo speranzoso, ma quegli occhi di ossidiana lo raggelano.

In una frazione di secondo capisce ogni cosa, giusto il tempo che ha lei di premere il grilletto.

Il colpo esplode, squarciando la notte. Un terzo occhio, nero, si apre al centro della sua fronte.

Il corpo di Mike vacilla, poi si accascia sull’asfalto, a faccia in giù.

Il grido della creatura è atroce, doloroso, lei sa che ora si sta contorcendo nelle fiamme dell’inferno, fino a dissolversi nel nulla. Nessun parassita sopravvive al suo ospite.

Sarebbe cambiato qualcosa se fossi arrivata prima? si chiede mentre rinfodera la pistola.

Il suo incubo le si stringe attorno alla vita, opprimendola e graffiandola attraverso la membrana dell’irreale.

E io, quanto resisterò ancora prima di cedere alla pazzia?

Annunci
Pubblicato in: Horror, INC., Racconti

Cassandra’s Story

Mi chiamo Cassandra, sono la fondatrice della INC.
Ma prima di spiegarvi di cosa si tratta, penso dobbiate conoscere la mia storia. Sarò breve, non vi preoccupate.
Quando ero piccola, avevo una sorella, di quattro anni più grande di me.
Un giorno si ammalò. Iniziò con una normalissima febbre, ma poi il suo corpo divenne sempre più debole, giorno dopo giorno. A volte delirava, parlava in modo incomprensibile e passava la maggior parte del tempo a letto.
Nessuno era in grado di dire che strana malattia l’avesse colpita, neppure i vari dottori che vennero a visitarla. E lei diventava sempre più magra e pallida. Nutrirla a forza non serviva a nulla. C’era qualcosa che sembrava mangiarsela dall’interno.
Nessuno lo sapeva, perché nessuno poteva vedere.
Io sì.
Avevo solo cinque anni, non sapevo nulla del mondo, e quando dissi a mia madre che un’ombra stava mangiando mia sorella, lei pensò che fosse soltanto il mio modo di descrivere la sua malattia.
Nessuno avrebbe potuto capire che io vedevo la creatura che la stava uccidendo. Nessuno mi dava retta, e a nessuno importava delle fantasie di una bambina che era solo preoccupata per la sua sorellona e si inventava spiegazioni inverosimili per dare un senso alla sua paura e al suo dolore.
Ma lo giuro, lui era lì. Lo ricordo come ricordo il mio nome.
Era una creatura piccola, completamente nera, con arti sottili come zampe di ragno, e un corpo rotondo, grande quanto la testa di mia sorella. Le strisciava addosso, si arrampicava, era attaccato a lei con sottilissimi fili neri. Era sempre con lei, le abbracciava la vita, si arrampicava sulla sua schiena, le si sedeva in testa, scompigliandole i capelli. E di notte… di notte faceva quella cosa che ancora mi fa rabbrividire, anche adesso mentre lo racconto.
Si accucciava sulla sua faccia e stava lì, immobile, tutta la notte, fino al sorgere del sole. E potevo quasi sentirlo, mentre le succhiava via la vita.
Ero solo una bambina. Non sapevo cosa fare ed ero troppo spaventata per fare qualunque cosa. Quindi rimasi lì a guardarla fino all’ultimo giorno, quando mia sorella esalò il suo ultimo respiro e la creatura scivolò via e scomparve dalla mia vista. Non so dove sia andata.
“Non c’è più. Finalmente non c’è più,” dissi a mia madre, e lei mi accarezzò la testa con gli occhi prosciugati di tutte le lacrime che aveva versato negli ultimi mesi.
Mia sorella morì e io diventai adulta pensando che fosse stato tutto frutto della mia immaginazione, perché è questo che un adulto avrebbe detto.
Ma poi successe di nuovo.
Ero all’università, stavo seguendo un corso di letteratura francese e avevo un amico che era ossessionato da un racconto dello scrittore Guy De Maupassant, intitolato Le Horla.
Quasto mio amico – si chiamava Arthur – continuava a dirmi che quello che era accaduto al protagonista della storia era la stessa cosa che stava accadendo a lui. La febbre, la folle idea che qualcosa fosse nella stanza con lui, il senso di oppressione durante la notte.
Chiunque avrebbe pensato che fosse pazzo.
Non io.
Perché aveva ragione.
Vedevo la creatura attaccata a lui. E questa volta glielo dissi.
Non dimenticherò mai il suo sguardo, l’espressione allo stesso tempo terrorizzata e sollevata quando gli dissi che non era pazzo e che c’era davvero qualcosa che gli stava facendo del male.
Studiammo molto in quei pochi mesi, sfogliammo i libri più antichi per cercare di capire cosa stesse succedendo, se ci fosse qualcosa che si potesse fare per fermare la creatura, scacciarla, persino ucciderla. Avrei fatto di tutto per salvare il mio amico, che stava diventando sempre più debole e sempre meno lucido giorno dopo giorno.
Imparammo molte cose, molte delle quali troverete in questo archivio.
La creatura che si era attaccata ad Arthur e a mia sorella, come una specie di parassita, veniva chiamata in latino Incubus, da cui deriva poi la parola incubo, riferita a un brutto sogno. Ma questi esseri non hanno nulla a che vedere con i sogni. Sono quanto mai reali, ma non sono visibili a occhio nudo perché appartengono a una diversa dimensione. Non sono mai riuscita a spiegarmi perché io potessi vederli, ma con il tempo ho scoperto che esistono altre persone come me.
Gli Incubi, come molte altre creature, desiderano, per qualche ragione ancora a noi sconosciuta, uscire dal loro mondo e raggiungere il nostro, dove possono nutrirsi dell’energia vitale degli esseri umani. Proprio come dei parassiti, non lasciano l’ospite finché questi non è morto e inservibile. Solo allora possono staccarsi da lui e hanno un breve periodo di autonomia, durante il quale possono muoversi liberamente nella nostra realtà, ma se vogliono rimanere devono subito trovare un nuovo ospite perché la loro carica vitale si esaurisce presto.
Come tutte le creature che vengono dall’altra parte, non sono vive, o almeno, non lo sono nel modo in cui noi concepiamo la vita, e possono sopravvivere solo nutrendosi di altra vita.
Lo so che è un concetto complesso e che non si può spiegare in queste poche righe, ma lasciate che continui con la mia storia.
Arthur, arrivato all’esasperazione, mi chiese di porre fine alla sua esistenza, prima che la creatura lo facesse, mentre ancora aveva un barlume di lucidità. Aveva cercato di farlo lui stesso, ma l’incubo non glielo avrebbe mai permesso, aveva il controllo su di lui.
Per la prima volta nella mia vita mi trovai di fronte alla scelta più difficile che avessi mai dovuto fare.
Lasciare che la creatura lo uccidesse e andare avanti con la mia vita, o fare qualcosa di drastico e terribile e cercare di lottare contro questi fenomeni inspiegabili.
Non vi dirò i dettagli di come l’ho fatto. Ma di sicuro è una cosa che mi ha cambiato per sempre. E grazie a quel gesto orribile ho scoperto una cosa importante: queste creature possono morire.
Gli incubi si dissolvono nel nulla se il loro ospite muore prima che abbiano terminato di nutrirsi. Non c’è altro modo per fermarli, non c’è modo per staccarli dalla loro preda.
Ci sono altre creature là fuori che operano in modo diverso e hanno una fisiologia diversa e per ognuna di loro c’è una diversa procedura. Ma tutte o quasi possono essere fermate.
Ed è per questo che ho fondato la INC.
All’inizio sembrava un progetto assolutamente folle. Ma avevo da parte una buona somma di denaro lasciatami da mio nonno e sono entrata in contatto con le persone giuste. Alcune sono come me, hanno facoltà che le persone normali non possiedono. Altre sono addestrate e pronte a qualunque cosa per tenere gli esseri umani al sicuro.
Ancora non sappiamo se questa guerra finirà mai, ancora non sappiamo se ci sia un disegno più grande dietro. Ma comunque vada, noi siamo pronti e vegliamo su di voi.

Pubblicato in: Horror, INC., Racconti

INC. – Beyond Reality

Era da un po’ che volevo trasformare il sito in una specie di archivio delle mie storie, i racconti in particolare, quelli troppo brevi per essere infilati da qualunque altra parte. Avevo fatto una raccolta, ma trovo più carino lasciarli in libera lettura sul web e tenere soltanto la versione cartacea per chi vuole i cari vecchi libri che si toccano (oddio com’è uscita male sta frase, vabbe’).

Comunque avevo questo progettino come da titolo, per spiegare di che si tratta vi rimando alla pagina INC. All’inizio dovevo fare un blog a parte ma poi non sapevo se sarei riuscita a raccogliere abbastanza materiale e non volevo di nuovo disperdermi tra mille link, quini ho deciso di importarlo qui, come una piccola sezione dedicata all’orrore.

Nei prossimi giorni inizierò a postare i primi racconti, così perché le cose non vadano perdute e restino a memoria dei bei tempi andati.